domenica 6 maggio 2018

Mauthausen

6 maggio 2018
Ore 4.45: sveglia e prima colazione
Ore 6.00: partenza!!
Ore 6.45: arrivo a Mauthausen



Roberto Camerani, ex deportato
1925 - 2005


Siamo i primi ad arrivare. Ci hanno accolto il silenzio e un lungo e alto muro fatto di pietre. 





In corteo, dietro ai labari dei nostri comuni, ci siamo fermati fuori dal campo, davanti al memoriale che ricorda gli italiani morti in questo campo. Mauthausen è per gli italiani l'equivalente di Auschwitz per gli ebrei.

















Dopo una breve cerimonia commemorativa ci siamo incamminati lungo "la strada del sangue" e abbiamo sceso i 186 scalini della scala della morte, fino alla cava.









Abbiamo deposto una rosa sugli ultimi gradini e dopo alcune letture, siamo risaliti. 





































Ci siamo immedesimati nei deportati, che risalivano quei gradini disuguali per altezza e profondità, portando sulle loro spalle grandi massi, spesso più pesanti di loro.







Siamo entrati nel campo, sulla piazza dell'appello, rendendoci conto che nel frattempo erano arrivate e continuavano ad arrivare numerose delegazioni da tutto il mondo.








Abbiamo visitato la camera a gas, il forno crematorio e una delle baracche.













Ore 11: inizia la manifestazione internazionale.
Migliaia di persone, di tutte le nazionalità, si sono radunate qui perché la memoria di quanto accaduto non vada perduta, perché diventi reale il "MAI PIÙ" che tante volte abbiamo sentito risuonare.






Dopo aver "toccato le pietre di Mauthausen"

Quando ho cominciato a salire i gradini della scala della morte ho subito provato un senso di stanchezza perché i gradini sono diversi sia per profondità, sia per altezza; ho fatto più fatica del solito nonostante avessi con me soltanto il mio zaino. Sapendo che i deportati portavano grossi blocchi di pietra che potevano pesare anche 60 chili, ho provato sgomento; mi sono immedesimato nel loro dolore e nella loro sofferenza. I deportati che lavoravano nella cava di Mauthausen trasportavano i blocchi utilizzando degli sgabelli di legno a forma di L. Durante il trasporto i blocchi spesso cadevano e potevano colpire i compagni che stavano dietro. Alcuni deportati, che non sopportavano più questa tortura, si uccidevano gettandosi nel vuoto dall'alto della cava.

A Mauthausen alcuni soldati russi prigionieri organizzarono un piano per fuggire; ci riuscirono, ma vennero subito catturati. Tra loro c'era anche il comandante che, una volta riportato al campo, venne interrogato; gli fu chiesto se secondo lui quello che aveva fatto fosse giusto, lui rispose di sì e quindi fu giustiziato. Quei soldati russi ebbero un bel coraggio a tentare la fuga, nonostante sapessero che non ce l'avrebbero fatta e sono rimasto colpito nel sentire che il loro comandante ha preferito morire piuttosto che ammettere di aver fatto una cosa sbagliata.
È stato anche bello assistere a una manifestazione in cui studenti italiani, provenienti da varie città, sfilavano dietro i loro labari; c'erano anche persone che provenivano da altre nazioni, europee e non.
È stato emozionante incontrare tre sopravvissuti, due polacchi e un ucraino, che hanno risposto alle nostre domande e alle nostre curiosità; abbiamo capito quello che dicevano grazie all'aiuto di un'interprete. Mi sono commosso a sentire le loro storie ed è stato magnifico stringere la mano ad uno di loro. 
                                                                                                     Federico
   

                                                    





I deportati, una volta arrivati in cima alla scala della morte, con i loro massi sulle spalle, dovevano ancora percorrere un sentiero sconnesso, che era chiamato “la strada del sangue” perché tutti i giorni era macchiata dal sangue dei deportati e la pioggia e la neve non riuscivano a “lavarla”.
La strada, da tutti e due i lati, veniva sorvegliata dalle SS e dai kapò; alcune volte poteva capitare che un deportato la volesse fare finita, quindi faceva cadere la “cella” con il masso e di scatto si buttava nel baratro; talvolta, facendo questo gesto, si aggrappava ad una SS e la portava giù con sé. Questo spinse le SS a non stare più dalla parte del baratro.
Durante la visita abbiamo incontrato un ex deportato polacco, gli abbiamo parlato con l’aiuto di un’interprete che è stata gentilissima. Mi sono emozionata quando ha detto che non aveva più paura di nessuna forma di sistema e che lui è sopravvissuto grazie alle preghiere di sua madre. Ci ha strappato un sorriso quando ci ha detto che fino ad ora pensava che le ragazze polacche fossero le più belle, però quando ci ha visto ha cambiato idea, le più belle sono le italiane!
                                                                                                                     Matilde
























A pochi metri dall'entrata del campo di Mauthausen è stato eretto un monumento, in marmo siberiano, in memoria del deportato comunista russo, Dmitry Karbiscev che nel febbraio del 1945, insieme ad altri 500 deportati russi, tentò di fuggire dal lager austriaco. Dmitry e i suoi compagni riuscirono a fuggire e cercarono rifugio nelle campagne intorno al campo e nel vicino paesino di Mauthausen. Purtroppo la maggior parte degli abitanti del luogo denunciarono ai nazisti la presenza dei fuggiaschi e Dmitry, con la maggior parte dei compagni,  fu nuovamente catturato dalle SS. Il memoriale, ogni anno viene adornato con le corone delle varie delegazioni provenienti da tutto il mondo; appena ho visto questo monumento ho pensato all'immagine di un deportato famoso ed infatti è la statua di colui che guidò la più grande fuga da Mauthausen. Dmitry Karbiscev fu interrogato, torturato e condannato a morte. La notte del 17 febbraio 1945 fu inondato di acqua fredda e lasciato morire nel gelo. Questo memoriale mi ha trasmesso il coraggio, la determinazione e la voglia di essere libero ad ogni costo. Spero di riuscire a prendere esempio da Dmitry e da tutti gli altri deportati russi che tentarono, purtroppo senza riuscirci, di riconquistare la loro libertà. Anche nei momenti bui, la parte buona del genere umano non deve arrendersi e deve combattere per i propri DIRITTI e per ottenere una VITA DIGNITOSA!!!

   Andrea








Il campo di sterminio di Mauthausen ha suscitato in me tutta una serie di impressioni che difficilmente potrò dimenticare. Mi ha sconcertato soprattutto la scala della morte che, pur avendola salita senza il ghiaccio e la neve sugli scalini, senza il masso sulle spalle e senza gli zoccoli ai piedi, ma con delle scarpe comode, mi ha fatto sperimentare le atrocità che dovevano subire i deportati nel doverla scendere e salire più volte al giorno.
I deportati provenivano da molte Nazioni diverse, come dimostrano i vari memoriali situati ai lati della strada che porta al campo; le stesse Nazioni che ogni anno, la prima domenica di maggio, con le loro delegazioni, si riuniscono a Mauthausen unite dal desiderio di non perdere la Memoria e dalla speranza che questi orrori non accadano più.
Molto bello e commovente è stato anche l’incontro con l’ex deportato. Mi rimarrà per sempre in mente l’ultima frase che ha pronunciato: “Nessun sistema adesso mi fa più paura”. Ciò sta a dimostrare tutta la tenacia e la forza di quest’uomo che si sente ancora in grado di affrontare il futuro.
                                                                                                                    Gabriele                                                      






A Mauthausen ho vissuto un momento veramente speciale, un’esperienza che porterò per sempre nel mio cuore e che, sono sicuro, sarà la prima cosa di cui parlerò facendo riferimento a questo pellegrinaggio.
Ho incontrato, insieme ai miei compagni, un ex deportato polacco. L’abbiamo subito riconosciuto per la sua uniforme da galeotto e, una volta vicini, gli abbiamo fatto qualche domanda con l’aiuto di un’interprete.
Trovarsi davanti a un uomo che ha vissuto realmente il campo, che ha subito l’atrocità delle SS, che, di sicuro, ha rischiato più volte di morire e che, con la sua forza, è riuscito a sopravvivere.
Mi ha fatto un effetto strano, non riesco quasi a descriverlo, ma so che, stringendogli la mano ho sentito come un brivido. Mi ha colpito soprattutto una sua frase: “Nessun sistema, adesso, mi fa più paura”, una frase che mi ha fatto capire la sua determinazione nel far sì che tutto ciò che ha vissuto nei campi non si ripeta mai più.
                                                                                            Edoardo                 

                                   


























Ripenso a una parola: "deportato" e al suo significato atroce, persone portate via dai loro paesi, strappate via dai loro cari, verso una destinazione ignota. Spogliati della propria personalità e della propria dignità, rinchiusi nei lager per vivere e morire in modo disumano.
Seconda guerra mondiale, milioni di morti, milioni di deportati ebrei, ma non solo, anche zingari, omosessuali, oppositori politici; presi dalle loro case in un paese a cui credevano di appartenere; traditi da amici e vicini; portati in posti invivibili dove perdevano la loro dignità di persone; costretti a lavorare come schiavi e a morire nelle camere a gas o addirittura con un'iniezione di petrolio nel cuore.
Dopo anni da questa tragedia, noi ricordiamo con questo pellegrinaggio quel momento della storia in cui il mondo precipitò nella follia, permettendo che una mostruosità del genere si avventasse su vittime innocenti, calpestando e infangando la dignità umana.
"Oggi nessun regime mi fa più paura", una frase carica di sentimento, che ci può comunicare tantissimo e che mi ha fatto immaginare e percepire il dolore provato dai deportati, anche se so che non riuscirò mai a provare le stesse cose con la loro stessa intensità.
Il castello di Hartheim, il luogo per me più agghiacciante. Qui venivano fatti esperimenti su corpi umani. Racconti impressionanti, esperimenti su bambini disabili, trattati come inutili oggetti.
Siamo ormai quasi alla fine di questo pellegrinaggio e mi sento come se questa esperienza mi avesse cambiato in meglio e avesse accentuato dentro di me il rispetto verso il prossimo.
                                                                                                                           
 Emma








Tre parole durante questi giorni sono apparse chiare nella mia mente, ognuna seguita da domande che non sempre hanno avuto risposta; riflessioni che non possono essere giudicate giuste o sbagliate in quanto personali, e dubbi che credo a questo punto invadano tutte le nostre menti. Ognuna ha lasciato dentro di me una traccia, come ciò che è successo in questi luoghi. Tracce che lo Stato ha cercato di cancellare prima di rendersi conto che doveva venirci a patti, prima di poter continuare il proprio progresso. Hanno lasciato dentro di me rabbia, un legame con queste persone che hanno perso la vita in questi posti, ma anche con quelle che hanno avuto il coraggio e la forza di resistere, e tanta delusione verso il genere umano.
Una parola a cui ho pensato, fin da subito in classe, studiando la storia al tavolino, è RISPETTO. Dove era il rispetto? Il rispetto per queste persone che, persone erano, e come tali dovevano essere considerate. Animali. Erano considerati invece come animali. Senza diritti, senza il diritto di difendersi, senza il diritto di parola, senza il diritto di libertà, senza il diritto di poter essere loro stessi. Discriminazioni che hanno portato a divisioni. Un'idea molto forte di gerarchia che genera il concetto di razza inferiore.
SOLIDARIETA'. Quella che tutt'ora nel nostro mondo non è sempre presente. Lì invece era forte, si intensificava con il passare del tempo. Lì, dove per il proprio bene era certamente meglio pensare solo a se stessi, la solidarietà era presente fra i compagni. Sono numerosi gli episodi dove ha lasciato una traccia. I deportati ormai non pensavano più a loro stessi, e alla propria vita. Pensavano a noi, generazioni future. Pensavano a far sopravvivere i proprio compagni più giovani per far in modo che avessero la possibilità di testimoniare quegli orrori. Nel mondo di oggi noi non dobbiamo combattere per i nostri diritti o per la nostra vita, ma nonostante questo siamo tutti contro tutti e lottiamo solo per noi stessi. Dovremmo prendere esempio dalla nostra storia, dai nostri predecessori. 
La solidarietà è fondamentale per la nostra società ed è uno degli ingredienti necessari per non ripetere la storia.
L'ultima parola che mi è venuta in mente è  invece PERDONO. Cosa dobbiamo perdonare? Chi dobbiamo perdonare? Chi è che deve perdonare? Noi? Loro? Il perdono è fondamentale e deve coinvolgere tutti. Noi dobbiamo perdonare i nazisti e i fascisti, per la loro ignoranza e voglia di potere che hanno generato tutto questo. Anche i nostri predecessori devono perdonarli, per tutto il male che hanno loro causato, per aver creato questa enorme macchia scura nella nostra storia. E loro, i tanto nominati fascisti e nazisti, dovrebbero semplicemente chiedere perdono a noi tutti, a tutti i popoli di oggi e a quelli di ieri, e  sicuramente anche a Dio, per aver utilizzato e sprecato  la vita data loro per porre fine a quella di altre persone, accecati dal potere. Tutti noi dobbiamo perdonare, ma non senza continuare a ricordare, perdonare senza però smettere di provare rabbia verso quelli che ci hanno fatto del male, e vergogna verso il genere umano di cui fanno parte persone in grado di commettere questo crimini, vergogna per quello che queste persone hanno causato. Dobbiamo ricordare per perdonare. Dobbiamo sapere  cosa è successo nella nostra storia per poter costruire un futuro. Dobbiamo ricordare tutti, in nome di tutte quelle persone che si sono sacrificate per il nostro mondo attuale e per poter far arrivare a noi la loro storia.

Erica






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